Vittorio Emanuele? Ma è la repubblica di Vanna Marchi! - Maurizio Blondet
Posted on June 21, 2006
Vittorio Emanuele? Ma è la repubblica di Vanna Marchi!
Maurizio Blondet
19/06/2006
Vittorio Emanuele IV, 69 anni. E’ accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, al falso e allo sfruttamento della prostituzione. Attualmente detenuto nel carcere di Potenza.
Alcuni lettori mi chiedono un commento sul «principe».
Fosse solo lui, Vittorio Emanuele, una intelligenza non straordinaria, abituata a vivere sopra i suoi mezzi (anche intellettuali) e perciò bisognosa di denaro (a fiumi), con ripetuta tendenza alla violenza, frutto di un lignaggio che aveva già dato prove di degenerazione: voglio dire, potremmo parlare di un caso patologico.
Ma qui, da queste intercettazioni, è una certa Italia che si esibisce.
Certo, c’è Vittorio Emanuele.
Che dice «là ci sono quattro sacchi di soldi» (al casinò di Campione).
Che sollecita una tangente per certe macchine da gioco, «ho bisogno di riparare l’aereo» che parla di «sventagliate di mitra», che si fa arrivare in camera «un pacco» cioè una ragazza, linguaggio da gangster, ridicola imitazione di Al Capone, ma senza mezzi (intellettuali) per quella vita.
Ma c’è anche quel Salmoiraghi da sempre padrone di Campione e del suo casinò extraterritoriale nonché medico condotto del paesotto più ricco d’Italia, che nessuno riesce a schiodare da quella greppia di miliardi anche sporchi; c’è la popolazione di Campione interamente omertosa, coperta d’oro immeritato.
E c’è Salvo Sottile, il portavoce di Fini, il «concussore sessuale sistematico», che raccomanda starlettes e future veline.
C’è il vicedirettore della RAI, Giuseppe Sangiovanni, che gli tiene bordone: «Una grande gnocca, per il tipo di trasmissione fa anche comodo».
Parlano anche loro da gangster: «Un bel tipo di porcella. Porcella doc», dice Sottile.
Alla Farnesina, gli mandano una ragazza, una certa Stella: «Ci facciamo fare un bel pompino, va».
In attesa della prestazione (che avverrà, pare, alla Farnesina) il portavoce promette: «Ho parlato con il mio omologo di Buttiglione. Dopodomani al consiglio dei ministri gli do il nome della ragazzina».
A questo serve il consiglio dei ministri.
Il macrò, tale Lorenzo, assicura: «sarà riconoscente, gliel’ho spiegato».
E Sottile: «Sarà meglio per lei. Sennò l’ammazzo di botte».
E c’è Bruno Vespa, lo strapagato giornalista-principe di questa certa Italia.
Con Sottile, parla di una trasmissione con Fini ospite.
«Com’è strutturata la trasmissione?», chiede il portavoce.
E Vespa: «Dipende da voi. Gliela confezioniamo addosso».
E’ così che i giornalisti diventano grandi, famosi, miliardari.
Sottile rifiuta la proposta di mettere accanto a Fini, a Porta a Porta, Rulea Jebreal, la bella giornalista di La 7.
«Non capisco perché, quella è una scassacazzi».
E c’è, come tralasciarla?, anche la moglie di Gianfranco Fini, Daniela Di Sotto.
Che ha una società con il senatore Francesco Proietti Cosimi, già segretario di Fini, nel settore sanitario.
Alla greppia della Regione, dove c’era Francesco Storace.
Un brano del colloquio fra i due.
Di Sotto: «No, l’errore è stato fatto all’inizio, Checchì… lo vuoi sapere quale errore abbiamo fatto io e te? Eh?… quando io sono andata a (omissis: che verbo nasconderà questo ‘omissis?) con Storace».
Proietti: «Eh».
Di Sotto: «Bisognava fare un’altra società a cui intestare le convenzioni della risonanza e della Tac».
Proietti: «Non lo potevi fare, purtroppo».
Di Sotto: «Perché?».
Proietti: «E perché non c’hai una… lo dovevi intestare per forza ad una società che già esisteva. Questo è tutto…».
Di Sotto: «Eh, lo so, lo so, non è quello… mica sto dicendo questo. Io sto dicendo un’altra cosa: che mi rode il culo che la gente, praticamente, si trova che si chiama Fini o si chiami Di Sotto, è uguale, si trova tutto quello che vuole… senza muovere il culo. Capito?».
Altro excerptum dell’eloquio della signora Fini: «E’questo che io non voglio più permettere… ed è per questo che l’ho detto a Gianfranco… ho fatto vedere il foglio a Gianfranco, che ha fatto, dico: ‘io ho tirato fuori ’sti soldi, gli ho tir… e a te non t’ho chiesto ‘a’ perché tu mi hai detto: ‘non mi mettete più in mezzo’, ok. Però tu sappi che se tiri fuori mille lire per tuo fratello, andiamo a litigare io e te, primo. Secondo, mi sono rotta il c… che la gente c’ha le cose quando pagano gli altri.».
E non ci sono solo loro.
Ci sono giudici che aggiustano sentenze.
C’è Fabio Sabbatani Schiuma, vicepresidente del consiglio comunale per AN poi finito sotto inchiesta proprio per quella storia.
Che chiama Salvatore Sottile e confessa.
E’ il 12 marzo 2005.
«Ho fatto un buon lavoro… Sono stato io Salvatore. Non si dice in giro perché mi stanno a cercare per ammazzarmi… sono io che ho prodotto tutta la documentazione alla Corte d’Appello. Non ho utilizzato la procedura esatta nella richiesta di queste schede anagrafiche… col computer, con un pirata. Ci siamo inseriti dentro e abbiamo preso tutto quanto. So’ tre giorni che sto a buttato qua alla Corte d’Appello… Solo che mo’ mi possono rompere il cazzo per violazione dei dati della privacy perché io non li ho comunicati a nessuno… ».
Insomma, fosse solo Vittorio Emanuele, il lombrosiano delinquenziale.
Si potrebbe invocare una degenerazione piemontese, come parerebbe suggerire il caso Lapo Elkann.
Ma qui sono tutti così.
Gangster di mezza tacca.
Feccia in erezione perpetua.
Politicanti eternamente alluzzati perchè ubriachi di potere, di soldi non guadagnati, di arroganze ed impunità.
Ignoranti.
Di una volgarità e bassezza totale, continuata e compiaciuta.
Un linguaggio e uno stile che credevamo di Vanna Marchi, della figlia con la faccia malvagia e del mago Do Nascimiento, è invece l’eloquio comune tra parlamentari, mogli di onorevoli e ministri, portaborse e loro macrò, funzionari dei monopoli che si fanno corrompere, giudici che aggiustano, giornalisti che prendono due o tre miliardi l’anno perché «confezionano su misura» le trasmissioni, e nani, e ballerine.
E’ l’Italia che deruba noi contribuenti, che sgavazza e gode su un Paese che retrocede in economia e in civiltà.
Questi, bisogna buttarli giù.
Bisogna sbatterli fuori, sloggiarli dalle loro greppie.
Questa è la repubblica di Vanna Marchi, e il ritorno alla monarchia non sarebbe meglio.
Questi bisogna distruggerli politicamente, per non perdere il rispetto di noi stessi.
O forse siamo così anche noi?
Tutti noi?
Maurizio Blondet
Filed Under Attualità e politica |
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